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Mario Soldati a Legnano

Amarcord, Mario Soldati a passeggio per le vie di Legnano durante gli anni del welfare industriale: una fotografia da un punto di vista autorevole
Legnano, una città dove si fiuta il lavoro

di Mario Soldati
scrittore, giornalista, saggista, regista, sceneggiatore e autore televisivo italiano
(17 novembre 1906 – 19 giugno 1999)

Affidiamo alla sapiente penna di Mario Soldati una suggestiva descrizione di Legnano: così descrisse la città dopo avervi trascorso alcuni giorni agli inizi degli anni ’60. Lo scomparso scrittore seppe cogliere la proverbiale laboriosità dei suoi abitanti.

Ho passato a Legnano quindici mattinate consecutive.
Grazie a una circostanza, che non ha proprio niente di strano né di misterioso, se soltanto volessi parlarne, mi trovai lì, nella città di Legnano, dalle sette e mezza all’una e mezza, ogni giorno, per due settimane.

Siccome non avevo niente da fare se non aspettare l’una e mezzo, passavo le ore gironzolando a caso per le vie: prima il centro, a cominciare dalla Piazza S. Magno, dai portici, dalla galleria, e guardavo le vetrine, entravo nei negozi, chiedevo il prezzo di oggetti che ero ben deciso a non comprare ma che, per un momento, mi illudevo di comperare: poi, poco a poco, con qualche cosa, nell’aria, di riposante e di incantato: fino ai viali di platani o di ippocastani, che si allungano come solchi tra i grigi muri di cinta delle officine.

A Legnano, le officine, filatura e tessitura del cotone e del rayon, stabilimenti metallurgici, dilagano dappertutto, sono a contatto lungo i loro spezzati perimetri, con le case di abitazione, con i modesti villini degli impiegati, e si spingono fino a qualche centinaio di metri da Piazza San Magno.
Credo che non ci sia città, in tutta Italia, dove si lavori di più.

Affidiamo alla sapiente penna di Mario Soldati una suggestiva descrizione di Legnano

Il lavoro si fiuta nell’aria: non soltanto per le esalazioni chimiche dell’Olona; ma proprio durante queste ore, per il silenzio delle vie, oltre a cui sembra di percepire l’immenso e soprattutto ronzio delle macchine, e per il deserto di muri, oltre a cui sembra di vedere quasi l’intera popolazione della città senza tregua intenta al lavoro.

Si immagini, dunque, lo stato d’animo di uno costretto a oziare solitario, a bighellonare senza pensieri in questa fortezza di invisibile operosità.
Dopo di allora, nel ricordo, mi sembra di aver vissuto a Legnano interi anni.

E tutte le volte che per caso, vedo oppure odo il nome di Legnano, sento scoccare in me quella scintilla che tutti gli uomini sentono scoccare, piccola o grande, quando s’imbattono in un nome che li riguarda personalmente: si tratti del nome della città dove sono nati, o della prima ragazza alla quale hanno voluto bene, o del mestiere che hanno scelto.
Il bello è che, in quelle quindici mattine, non avevo nessuna intenzione di vedere Legnano, di conoscere Legnano.
Giravo per le vie, mi sedevo al caffè, entravo nei negozi come ho detto, senza il minimo interesse turistico e, tanto meno giornalistico..

Ero distratto, soprappensiero, indifferente a ciò che mi era intorno, alla realtà che attraversavo o nella quale stavo.
Proprio per questo, come sempre accade, tutto mi rimaneva impresso con l’esattezza assoluta delle sensazioni involontarie o irriflesse.
Vedo Legnano netta come in un’allucinazione: dal cortile dov’è una piccola fabbrica di mobili all’ufficio dei telefoni: dal- la fontana dei Castiglioni al monumento del Butti: da un tratto all’altro dell’Olona, che appare e scompare sotto l’asfalto.

Legnano è grigia?
Direi piuttosto che è lilla, come le maglie del suo antico e glorioso football club. Lilla, con un po’ di verde e un po’ di rosso bruno.
Un po’ di verde, nella buona stagione, dei viali e dei prati, in periferia: pochissimo dei giardini pubblici: e qualche resto, ancora, dei par- chi intorno alle ville dei principali, di quando le ville dei principali erano attigue alle officine.
Un po’ di rosso bruno: le facciate dei più antichi opifici, le mura delle case più vecchie, il Castello Visconteo.

Legnano, una città dove si fiuta il lavoro!

Fonti:
L’articolo di Mario soldati è apparso in Un prato di papaveri. Diario 1947 – 1964, Edizioni Mondadori, 1974.

Le immagini sono gentilmente concesse da Wikipedia, secondo le seguenti indicazioni di proprietà intellettuale:
1. Mario Soldati a Venezia, 1980 circa, di Gorupdebesanez – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31004695
2. Mario Soldati, 1960 circa, di ignoto – Radiocorriere, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4614406

Lo scomparso scrittore seppe cogliere la proverbiale laboriosità dei suoi abitanti